Allungò una mano verso il letto, e l’ombra sembrò rimbalzare sulla parete per scendere ad oscurare il bambino che vi dormiva tranquillo.

«Radicati in profondità nella sua mente di fanciullo, lì sono conservati quei ricordi. Ha appena sei mesi… sei mesi… tuttavia anche lui dovrà svegliarsi piangendo! Cosa può sognare di tanto terribile un bimbo così piccolo, Ingold? Il Buio, soltanto il Buio. Lo so!»

«Si!», assentì lo Stregone pensieroso, «Anche il tuo sonno è turbato da quei sogni. Tuo padre non ha mai sognato il Buio: dubito che quell’uomo abbia mai provato paura o sia riuscito ad immaginare qualcosa di diverso dalla vita di ogni giorno; quelle memorie erano rinchiuse troppo profondamente in lui. Forse, più semplicemente, lui non aveva alcun bisogno di ricordare. Ma per te è stato diverso: tu l’hai sognato, e ne hai avuto paura anche se ancora non sai cosa sia quell’Oscurità.»

In piedi, rannicchiata nel freddo vano della finestra, Gil percepì il legame che univa quei due uomini: era una sensazione addirittura palpabile, una parola, un contatto reale e concreto.

Il pensiero di un goffo ragazzo dai capelli scuri che si svegliava piangendo a causa di incubi tremendi, confortato solamente da uno Stregone vagabondo, la commosse profondamente. Il viso di Eldor lasciò intravedere un’ombra aspra, ed il tono sinistro svanì dalla sua voce lasciando il posto ad una tristezza infinita.

«Sarei dovuto rimanere all’oscuro di tutto,» disse. «La mia gente nasce già adulta, e non conosce mai le gioie della fanciullezza: le nostre stesse memorie diventano la maledizione che segna la razza!»



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