«Ma esse possono anche diventare la sua salvezza», replicò Ingold. «Ed anche quella di tutti noi.»

Eldor sospirò e ritornò accanto al letto riflettendo in silenzio, le mani sottili e forti intrecciate dietro la schiena. Ora però non stava più guardando il bimbo addormentato: i suoi occhi meditavano nell’ombra ed erano meno lucidi, spersi in un’epoca passata e lontana. Sondavano esperienze di altri uomini, in altre ere.

«Vuoi farmi un ultimo favore, Ingold?»

Lo sguardo del vecchio si posò su di lui.

«Nel tuo vocabolario non deve esistere la parola ultimo

I lineamenti del volto di Eldor si contrassero in uno stanco sorriso; era da sempre abituato alla testardaggine dello Stregone.

«Alla fine,» rispose, «c’è sempre un’ultima ora. Lo so! Il tuo Potere non può nuocere ai Neri,» riprese, «ma può però eluderli. Ti ho visto farlo. Quando scenderà la notte in cui sorgeranno di nuovo, il tuo Potere ti permetterà di fuggire, mentre io ed i miei uomini rimarremo a combattere e a morire. No!»

Eldor alzò una mano in un gesto imperioso a prevenire la reazione dello Stregone.

«So già cosa vuoi dirmi. Ma non mi interessa: voglio che tu te ne vada… Non puoi farci nulla! Te lo ordino come tuo Re! Quando verranno — e lo faranno — porterai via con te mio figlio Altir!»

Lo Stregone rimase seduto immobile, senza muovere un muscolo, ma la sua barba irta tradiva la tensione che lo stava lacerando. Vincendo a fatica l’impulso di ribellarsi, non poté impedirsi una protesta sommessa:

«Sotto un certo aspetto tu non sei il mio Re…»

«Allora te lo chiederò come amico», rispose Eldor, e la sua voce si abbassò fino a diventare un sussurro. «Tu non puoi certo salvarci. Forse solo qualcuno di noi, ma a che cosa servirebbe? Certo, tu sei un grande spadaccino, Ingold, forse il più grande spadaccino vivente, ma il contatto con un Nero significa la morte per te come per chiunque altro.



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