
Lo Stregone scosse il capo.
«Altir lo sa!», continuò Eldor con la stessa voce sussurrante. «Mio figlio lo sa! E lui potrà riuscire là dove i miei ricordi si fermano: te l’ho ripetuto anche troppe volte. È lui la Promessa, Ingold! Io sono solamente una speranza fallita, una candela in procinto di lanciare i suoi ultimi barbagli di luce. In qualche angolo della memoria della stirpe di Dare è nascosto l’indizio — dimenticato finora da tutti — che ci aiuterà a sbaragliare i Neri. In me è nascosto troppo profondamente, ma mio figlio è l’unico che potrà rivelare quel segreto. È lui quello da salvare!»
Lo Stregone ascoltò in silenzio le parole di Eldor. La fiamma silenziosa della lampada, pura e piccola come una moneta d’oro, si rifletté nei suoi occhi pensierosi. Nella stanza non si udiva alcun rumore. Il bagliore della fiammella era immobile: una piccola pozza di oro fuso che circondava la base della lampada sul tavolo, una macchia di luce dai contorni definiti.
«Che ne sarà di te?», sussurrò lo Stregone.
«Un Re ha il diritto,» replicò tranquillo Eldor, «di morire con il suo popolo. Io non diserterò la battaglia finale e, anche se volessi, non potrei mai farlo. Ora, per tutto l’amore che mi hai sempre dimostrato, fai questo per me: prendi mio figlio e portalo in un luogo sicuro. Te lo affido: adesso è nelle tue mani!»
