Ingold sospirò, e chinò il capo in un gesto di rassegnata obbedienza. Il chiarore della lampada si sparse sui suoi capelli grigi.

«Lo salverò!», rispose. «Te lo prometto! Ma non puoi impedirmi di rimanere con te fino al momento in cui dovrò ubbidire al tuo ordine, quando non ci sarà più alcuna speranza.»

«Non preoccuparti di questo,» replicò aspramente il Re. «La causa è già senza speranza.»

In quell’istante, dalle profondità del Palazzo, risuonò un tonfo cupo, simile al rimbombo di un gigantesco tamburo, e Gil sentì la vibrazione diffondersi attraverso il marmo del pavimento.

Eldor raddrizzò il capo di scatto e si guardò intorno; la sua bocca si indurì in una smorfia, e la sua mano corse automaticamente verso l’elsa ingioiellata della spada. Ingold invece rimase seduto: sembrava una statua fatta di carne e di ombre.

Un secondo tonfo scosse le fondamenta del Palazzo come fossero state colpite da un gigantesco pugno. Col respiro mozzo, nel chiuso di quella pacifica stanza, tre persone attendevano che giungesse il terzo colpo; un freddo orrore fece drizzare i capelli di Gil filtrando dal silenzio sottostante, segno tangibile e strisciante di un pericolo fin troppo noto.

Ingold ruppe il silenzio.

«Stanotte non verranno,» sentenziò e, nonostante la stanchezza, aveva il tono di chi è certo di ciò che dice. «Vai dalla Regina piuttosto. E confortala!»

Eldor sospirò. Come un uomo sciolto da un incantesimo che lo avesse tenuto legato o pietrificato, il Re scosse le spalle quasi a scacciare i fantasmi della stanchezza e della fatica.

«I capi del Regno s’incontreranno fra un’ora,» si scusò e si stropicciò con forza gli occhi, cercando di scacciare con le dita le macchie scure che li cerchiavano.



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