«Prima però dovrei parlare con le Guardie che stanno fuori delle vecchie arcate, sotto la Prefettura dell’Approvvigionamento… nel caso che non fossero sufficienti i rifornimenti. Poi mi aspetta il Vescovo… dobbiamo decidere dello spostamento delle sue truppe dalla Chiesa alla città… Ma hai ragione: dovrei trovare il tempo per andare a trovarla…»

Eldor riprese a camminare a lunghi passi: non era spinto dalla rabbia o dall’incertezza. Era semplicemente un uomo che tentava di mettere ordine in una massa di pensieri che si accalcavano uno sull’altro, sempre più veloci e pressanti, ed ai quali il suo corpo faticava a tenere testa.

Ingold non si spostò dalla sua sedia intarsiata d’avorio con i piedi dorati e curvati a forma di zoccolo di cervo. La fiamma davanti allo Stregone fluttuò come fosse guidata dalla frenetica vitalità di Eldor.

«Parteciperai al Consiglio?»

«Ho dato tutto l’aiuto e i consigli che potevo,» replicò Ingold. «Penso invece di rimanere qui per tentare di mettermi in contatto con gli altri Stregoni a Quo. Tuo figlio potrebbe non essere la nostra sola risposta… Ci sono delle registrazioni nella Biblioteca di Quo, tradizioni trasmesse da insegnante ad allievo per millenni. Il sapere e la ricerca sono le chiavi ed il cuore della Stregoneria. Tir è ancora piccolo: quando imparerà a parlare, potrebbe essere troppo tardi per poter ascoltare quello che ha da dirci!»

«Potrebbe essere tardi anche adesso…»

La fiamma si chinò al lento chiudersi della porta alle spalle di Eldor.

Ingold rimase seduto ancora un poco dopo che il Re fu uscito, in meditazione, concentrandosi sulla pura, piccola striscia di fuoco. Il bagliore si rifletteva nei suoi occhi ambrati sfiorando le nocche delle sue mani intrecciate e le dita affusolate. Mise in rilievo i segni e le cicatrici di antichi colpi di spada, ed il marchio che ancora spiccava sul polso robusto dello Stregone, traccia evidente di una ferita causata da manette, schiarita dal tempo trascorso.



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