Lo Stregone si stropicciò gli occhi stancamente, e fissò lo sguardo in direzione della pozza d’ombra, incorniciata dall’intricata filigrana dei pilastri dietro i quali era nascosta Gil.

«Vieni qui,» disse gentilmente, «e parlami di te. Non aver paura.»

«Non ho paura…»

Gil riuscì appena a muovere un passo esitante, e subito la luce della lampada svanì insieme all’immagine dell’intera stanza, nei nebbiosi labirinti del sonno.


La ragazza non raccontò a nessuno di quel terzo sogno: aveva tentato di parlare del secondo con un’amica che l’aveva ascoltata con studiata comprensione senza però credere ad una sola delle sue parole. In verità, neppure lei sapeva trovare una spiegazione a quella sequela di sogni, anche se ormai era quasi certa che non si trattasse di semplici scherzi del subconscio. Quel pensiero la rese inquieta.

Non si stancò di ripetere a se stessa che, non appena fosse trascorso abbastanza tempo, sarebbe riuscita a parlarne con qualcun’altro, liberandosi così da quei ricordi che la turbavano. Per il momento però, preferì serbare i suoi pensieri chiudendoli nel profondo del suo cuore.

Poi, una notte, si alzò, svegliandosi da un sonno profondo.

Non appena gli occhi le si schiarirono, si accorse di trovarsi in un cortile sotterraneo, in quella stessa città, deserta.

Case enormi la circondavano come scogliere scure, e la luce lunare riempiva la piazza proiettando chiaramente la sua ombra sul lastrico sporco e fangoso che si trovava sotto i suoi piedi nudi. Il luogo era deserto, un vero cortile di morti. La spettrale luce argentea cadeva a rischiarare la facciata orientale di un palazzo.

Gil si accorse che le sue grandi porte erano state scardinate, ed ora giacevano al suolo in pezzi sparsi. Da quella soglia vuota, un vento improvviso e sottile iniziò a soffiare, incessante, senza direzione, alzando un turbinio graffiante di foglie morte e di sterpi. La ragazza percepì, al di là delle finestre simili ad orbite vuote, un suono, uno strisciare sordo, quasi che il buio stesso si spostasse attraverso l’ombra, ronzando ciecamente e furiosamente alla ricerca di una via d’uscita.



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