
Deglutì nervosamente; il respiro le diventò affannoso per la paura mentre guardava il cancello arcuato alle sue spalle che dava sulla strada deserta. Anche il cancello però era immerso nell’oscurità, e la ragazza provò una fredda ed irragionevole paura di attraversare le ombre raccolte sotto quell’alta volta.
Il vento aumentò, gelandola. Si diresse allora verso il cancello rabbrividendo: i suoi piedi erano di ghiaccio sul pavimento di marmo. Il silenzio di quella scena era terribile: persino la fuga chiassosa e frenetica del primo sogno sarebbe stata ben accetta. Quella volta era scivolata tra la folla impazzita che non la vedeva, ma non l’aveva lasciata sola. Adesso, terribile e misterioso, un tremendo pericolo incombeva su di lei, nascosto oltre la soglia violentata di quel palazzo. Doveva assolutamente fuggire da lì, perché stavolta non si sarebbe risvegliata: sapeva di essere già sveglia!
Si mosse ma, non appena ebbe girato il capo, ebbe la sottile e angosciosa impressione che qualcosa si muovesse dietro di lei, strisciando sul terreno nelle ombre appena sotto il muro. Proseguì senza voltarsi, ma l’oscurità sembrò seguirla, soffocando nel suo avanzare la luce della luna. Gil iniziò a correre tentando di sfuggire a quell’inseguitore oscuro che la minacciava con la sua presenza immanente eppure visibile. Frammenti di metallo e pietre taglienti ferirono i suoi piedi nudi, ma il dolore fu soffocato da quel senso incombente di terrore ingigantito dal soffio gelido del vento. La ragazza percepì più che vedere qualcosa che si muoveva nell’arco sopra il suo capo. Allora si precipitò come una folle nella strada, ed i suoi piedi insanguinati lasciarono impronte rossastre sui ciottoli che lastricavano la via.
