
Lo Stregone ripose la lama scintillante che stringeva in pugno e scese cautamente le scale dirigendosi verso di lei lentamente, quasi avesse paura di spaventarla. Gil, nel frattempo, continuò a pensare che tutto quello non poteva essere reale, che stava soltanto sognando. Pensò che quell’uomo sembrava un vecchio gentile: i suoi occhi blu, luminosi e fieri, non denotavano orgoglio o crudeltà d’animo e, anche se aveva paura dell’orrore invisibile che si celava dietro alle porte, non lo dava a vedere.
Si spostò fin quando non fu a pochi passi da dove lei stava ferma, tremando nell’ombra della statua mostruosa, con lo sguardo incerto e cauto come se cercasse di comprendere ciò che si trovava di fronte. Poi alzò una mano e fece per parlare.
Gil si svegliò improvvisamente, ma non si trovava nel suo letto. Per un momento non riuscì a capire dove fosse. Allungò goffamente una mano, spaventata e disorientata come tutti quelli che si svegliano di soprassalto, e sentì sotto il palmo il freddo del marmo della base del piedistallo. Il gelo umido della notte le feriva le gambe nude e le ghiacciava i piedi che poggiavano, scalzi, sul marciapiede.
Le grida di terrore della città immersa nelle tenebre le giunsero portate dal vento, improvvisamente più chiare e, con esse, le pervenne anche uno strano sentore d’acqua. Per un istante, l’agghiacciante orrore di ciò che allignava dietro quelle porte le strinse la gola come una mano crudele, ed alla fine si arrese e cadde, roteando come una foglia, vinta dalla paura e dalla confusione generata da quella inenarrabile malignità.
Era sveglia: non stava più sognando. Ma si trovava ancora in quel posto! Tutti gli occhi erano fissi su di lei, spaventati, incerti, persino timorosi. I guerrieri, raggruppati ancora sulla scala, fissarono con sorpresa quella giovane donna dai capelli scuri, esile e ricoperta scarsamente dalla camicia verde a pallini che portava abitualmente quando andava a letto, e che era apparsa tra loro in maniera così repentina.
