
Gil si guardò all’indietro cercando con gli occhi il piedistallo di marmo al quale potersi appoggiare: era debole per lo spavento, agitata per lo smarrimento e la paura, con le gambe che le tremavano mentre il respiro le si strozzava in gola. Lo Stregone stava lì e lei, improvvisamente, si rese conto che era impossibile aver paura in sua presenza. A bassa voce l’uomo le chiese:
«Chi sei?»
Con sua sorpresa trovò il fiato per rispondergli.
«Gil,» disse, «Gil Patterson.»
«Come hai fatto ad arrivare fin qui?»
Intorno a loro, il vento proveniente dalle porte soffiava sempre più veloce, freddo e pungente, vibrando di una sovrumana avidità. Le Guardie brontolarono, e la tensione che si andava accumulando tra di loro divenne visibile come il fremito di un filo teso. Anche loro avevano paura!
Ma lo Stregone non si mosse, e il pacato calore della sua voce non subì alcuna flessione.
«Io… io sto sognando…,» balbettò Gil. «Ma questo… io… non è più un sogno, vero?»
«No,» le rispose gentilmente il vecchio, «ma non aver paura.» Alzò le dita e fece alcuni movimenti in aria che la ragazza non riuscì a distinguere chiaramente. «Ritorna ai tuoi sogni!»
Non appena la nebulosità del sonno confuse i suoni, l’odore, la paura, e il freddo della notte svanirono. Gil si accorse che le Guardie osservavano con occhi vuoti le vacillanti ombre blu, le sole cose ancora in grado di vedere. Poi lo Stregone parlò loro brevemente, ed allora essi lo seguirono quando avanzò nel cortile deserto, affrontando il vento cupo e la minaccia di una morte misteriosa qual era quella annidata aldilà delle porte.
