
Non si accorse di essersi addormentata sin quando non fu l’alba. Stranamente, al risveglio, Gil non ricordò niente del sogno che aveva fatto sino ad una settimana dopo, e quel che ricordò, mentre tornava a casa in macchina — una Wolksvagen rossa — dall’Università, nella luminosità dorata di un pomeriggio del settembre californiano, fu la voce dello Stregone. Si chiese smarrita dove l’avesse sentita mentre ne rammentava il timbro caldo, la cadenza caratteristica e la sua armonia vellutata capace di scivolare nella durezza per poi tornare ancora vellutata. Ricordò gli occhi, la città, le ombre, la paura.
Nell’esatto momento in cui svoltava con la sua automobile in Clarice Street, diretta al suo appartamento, capì che quella città le era apparsa in sogno più di una volta. Le tornò alla mente uno strano particolare del primo sogno proprio nel mezzo della solita manovra nel consueto stretto parcheggio del vicolo cieco in cui era solita fermarsi. Sebbene non ci fosse stato nulla di spaventoso nel sogno, ne era rimasta ugualmente spaventata, e si era svegliata coperta da un sudore gelido e con un senso diffuso di timore.
Aveva sognato di camminare sola in una camera a volta, tanto grande e spaziosa che le linee degli archi tappezzati d’ombra sui quali si appoggiava il basso soffitto a costoloni, sembravano dissolversi nell’oscurità che la sovrastava. Un fitto strato di polvere le ricopriva i piedi e, allo stesso modo, ricopriva un vecchio rotolo di gomena ed un mucchio di malandate scatole di cartone incastrate l’una nell’altra che giacevano tra i pilastri. Piccole particelle della stessa polvere danzavano in aria ed offuscavano il distante bagliore di una fioca luce giallastra proveniente da una piccola lampada di sego che bruciava in lontananza.
