La polvere non era però la sola compagna di Gil: nella stanza aleggiava impalpabile, dotato di ubiquità come le ombre, un senso latente di paura, quasi che creature senz’occhi la stessero osservando nascoste nel buio. La pallida fiamma si rifletteva sugli ampi gradini rossi della scalinata e lasciava intravedere la sagoma di monumentali porte di bronzo. La plumbea oscurità del pavimento sembrava invece assorbire quella luce a dispetto del fatto che il basalto nero di cui era fatto fosse lucido, Uscio come vetro, e levigato dal passaggio di innumerevoli piedi. Come questo potesse accadere, Gil non lo sapeva: era chiaro, dal profondo strato intatto di polvere, che pochissime persone, forse nessuno, venivano in quel luogo.

Il pavimento era antico, più antico delle pareti, più antico ancora della stessa città, e Gil pensò, senza essere per niente sicura del perché lo sapesse, che fosse più antico di qualsiasi città del genere umano. Una sola cosa era nuova in quell’ambiente: nel bel mezzo di quel cupo impiantito, proprio davanti alla scala, una singola lastra spiccava tra le altre. La sua superficie ruvida, di granito grigio pallido, sembrava stridere nel contrasto con la consumata levigatezza del resto del pavimento, pur se anch’essa era ricoperta da quel millenario mantello di polvere.

Nell’oscurità intorno a lei sentì scricchiolare una porta, ed un riverbero di luce si rifletté tra gli archi. La ragazza scivolò nell’ombra di un pilastro nascondendosi istintivamente, anche se era conscia che si trattava di un sogno e che i suoi abitanti non avrebbero mai potuto scorgerla perché semplicemente non esistevano.

Dalle scale scese una donna, forse una serva a giudicare dai suoi vestiti, che portava con passi cadenzati un cesto sul braccio e teneva una lampada alta sulla testa. Dietro di lei camminava rumorosamente uno schiavo gobbo che scrutava l’oscurità che si stendeva tutto intorno con occhi foschi e diffidenti.



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