Più tardi, molto più tardi, trovò la forza di guardare. La cima dell’altura era vuota.

Rimase nascosto sull’albero, terrorizzato al punto che non osava respirare, mentre la luna percorreva il proprio cammino attraverso il cielo nero. Alla fine, con i muscoli intorpiditi e le dita intirizzite dal freddo, si decise a scendere.

Royce giaceva nella neve, faccia in sotto, un braccio disteso di lato. La spessa pelliccia di ermellino era squarciata in una dozzina di punti. Povero corpo non di un uomo ma di un ragazzo: adesso si vedeva bene. A qualche passo di distanza c’era quanto restava della sua spada, la punta ridotta a un moncone frastagliato, simile a un albero colpito in pieno dalla folgore. Will s’inginocchiò, gettò attorno a sé un’occhiata guardinga, quindi afferrò la spada. Così spezzata, sarebbe stata la prova necessaria. Gared avrebbe capito. E se non avesse capito lui, lord Mormont, il Vecchio orso, o maestro Aemon, di certo non avrebbero avuto dubbi. Gared… Era ancora là, assieme ai cavalli? Doveva andarsene di lì. Subito.

Will si raddrizzò.

Ser Royce si alzò in piedi, sovrastandolo. I suoi abiti eleganti erano ridotti a stracci insanguinati, il volto era devastato. Nell’occhio sinistro era conficcata una scheggia della sua spada distrutta.

L’occhio destro era spalancato. La pupilla era accesa da una fiamma di luce azzurra. In grado di vedere.

Le dita di colpo inerti di Will lasciarono cadere la spada spezzata. Chiuse gli occhi e cominciò a pregare. Mani lunghe, affusolate, eleganti, salirono ad accarezzargli il viso, poi si strinsero attorno alla sua gola. Erano coperte del più soffice camoscio e appiccicose di sangue, ma al tocco erano gelide come ghiaccio.



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