
Prese Lucky in braccio, senza neppure considerare la possibilità di lasciarlo a casa, e senza preoccuparsi dell’attenzione che poteva attrarre. Ma il gatto verde saltò immediatamente a terra e si diresse verso la porta d’ingresso, guardandolo come per dire: “Sono disposto a seguirti in ogni avventura, ma non ho bisogno di una balia”.
Fianco a fianco raggiunsero le scale e scesero al ventottesimo piano (l’ascensore, sovraccarico di lavoro, si fermava solo ai piani pari). E qui Phil si imbatté proprio nella signorina Phoebe Filmer, con la sua vestaglia frusciante, che a quanto pareva si stava dirigendo verso lo snack bar situato su quel piano.
— Salve, signorina Filmer — si sorprese a dire. — È da molto tempo che vi ammiro.
— Davvero? — disse lei guardandolo di sottecchi. — Come fate a sapere come mi chiamo?
— Ho chiesto al robot portiere chi fosse la deliziosa ragazza del 28-303a.
Lei fece una risatina maliziosa.
— Non si può parlare coi robot portieri; potete solo schiacciare bottoni. E non danno i nomi degli inquilini, a meno che non abbiate un’autorizzazione governativa — commentò con una punta di disprezzo.
— Io ci so fare coi robot — spiegò Phil. — Me li faccio amici con qualche chiacchiera.
— Bravo — osservò la signorina Filmer, voltando la testa e passandosi le dita fra i capelli biondo-verde.
— A proposito, vi piace il mio gatto verde? — chiese Phil.
— Un gatto verde! — esclamò eccitata la signorina Filmer. Guardò in basso e rialzò immediatamente lo sguardo con aria scettica. — E dov’è?
Anche Phil guardò in basso. Lucky era sparito. Gli sembrò di avere improvvisamente un blocco di ghiaccio nello stomaco. — Scusatemi — disse. — Spero di vedervi ancora.
