Partì di corsa verso la rientranza dove si trovava l’ascensore. Lucky era davanti alla porta.

— Accidenti, amico — gli disse Phil — mi hai fatto prendere un colpo.

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La strada ringhiò verso Phil. Per l’esattezza il ringhio proveniva da una macchina elettrica lanciata a tutta velocità che accostandosi al marciapiede aveva strappato via un pezzo triangolare di posteriore a un uomo grasso che non era stato abbastanza veloce da mettersi in salvo. Guardando meglio, Phil si accorse che non era un uomo grasso, ma un uomo magro che indossava un abito a pallone. Mentre si sgonfiava, l’uomo sedette sul marciapiede e cominciò a singhiozzare. Gli abiti a pallone non offrivano alcuna protezione reale ai pedoni, tranne forse per il fatto che ingrandivano l’apparente obiettivo; ma andavano molto di moda. Durante l’ultima guerra venivano riempiti di idrogeno come scudo contro i neutroni. Poi alcune piccole ma spiacevoli esplosioni in affollati rifugi avevano indotto il governo a prendere dei provvedimenti restrittivi.

Dopo avere ringhiato, la strada continuò a brontolare sordamente dai suoi due livelli inferiori. Il brontolio era composto dal ronzio delle vetture elettriche, dal rombare del traffico pesante sotterraneo, dal cicaleccio della pubblicità sonora, dallo strisciare affrettato dei piedi, lo stesso di quando Roma e Babilonia erano giovani, ma reso più intenso dal fatto che i piedi di molte donne erano sollevati su zoccoli ortopedici alti da sei a trenta centimetri.

Nessuna di questa miriade di rumori disturbava Phil che in un’altra occasione si sarebbe già infilato i tappi nelle orecchie, e avrebbe camminato rigido e guardingo, attento alle auto pirata, che talvolta saltavano anche sui marciapiedi. Ma quel giorno voleva assorbire tutto ciò che gli stava intorno, vedere le cose a cui era stato sempre cieco, osservare le espressioni apatiche ma ansiose sui visi dei passanti, sentire le invisibili linee di forza che simili a ragnatele e a fili di burattini, li legavano agli onnipresenti annunci pubblicitari: dal perentorio: Imparate a spaccare l’osso del collo!



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