
Non ebbe il tempo di leggere il resto del cartellone, perché Lucky si era lanciato lungo l’ampio corridoio fiancheggiato da stereografie giganti che rappresentavano uomini e donne mezzi nudi, minacciosi, che nella semioscurità sembravano tanti geni della lampada, appena materializzati da una nube di fumo.
Solitamente Phil avrebbe provato un certo disgusto, misto a paura e a un’affascinata inquietudine, nell’entrare, o soltanto nel passare vicino a una palestra specializzata in combattimenti fra maschi e femmine, ma quel giorno gli sembrò una cosa del tutto normale. Non gli venne neppure in mente di non seguire Lucky.
Appena prima di un cancelletto girevole e di un robot bigliettario nascosto nell’ombra, si scorgeva l’imboccatura illuminata di un altro corridoio. Lucky vi si infilò come un razzo. Phil aveva fatto appena in tempo a girare l’angolo che un lungo braccio, senza mano e senza ossa, spuntò dalla parete e si piazzò fermamente davanti a lui.
— Dove credi di andare, bello? — gracchiò una voce invisibile. — Torna indietro. — Il braccio gli diede un’energica spinta verso la biglietteria.
Phil vide il gatto che lo guardava con aria interrogativa dal corridoio, sul quale si aprivano varie porte. Cercò di girare attorno al braccio, ma questo si allungò fino a raggiungere la parete opposta.
— Sei ancora qui? — chiese la voce gracchiante. — Sentimi, bello, non conosco la tua voce. Se devi parlare con qualcuno, dimmi il nome e la parola d’ordine.
— Voglio solo prendere il mio gatto — rispose Phil. Lucky aveva raggiunto l’estremità del corridoio e stava sbirciando nell’ultima porta. — Vieni qui, Lucky — chiamò, ma il gatto non gli diede retta.
