
— Questo nome non significa niente per me — continuò la voce, raucamente. — Non mi hai ancora detto nessun nome che faccia scattare i miei relè.
Lucky sparì attraverso la porta. — Per favore, lasciami passare un momento a prendere il mio gatto — disse Phil, cercando di usare il suo tono più sincero. — Tornerò indietro subito.
— Io non lascio passare nessuno. Dimmi nome e parola, bello, e in fretta.
In quell’istante un terribile senso d’angoscia si impadronì di Phil, come se una luce nel suo cervello si fosse spenta e il suo cuore fosse diventato di ghiaccio. Sapeva che era successo qualcosa a Lucky. Si infilò sotto il braccio grigio e si lanciò in avanti, ma prima che avesse potuto fare cinque passi si sentì afferrare. Il corridoio roteò intorno a lui mentre veniva trascinato violentemente indietro. Si accorse di essere strettamente avvolto dal braccio elastico simile a un pitone. La voce gli chiese nell’orecchio: — Non si passa, bello. Ora devo tenerti finché non arriva il guardiano.
— Lasciami andare! Devo entrare là, hai capito? — gridò Phil. Lottò invano per liberarsi le braccia, senza mai distogliere lo sguardo dalla porta attraverso cui era sparito Lucky. — Lasciami andare!
— Cosa succede qui? — Una donna grande e grossa, con i capelli biondi tagliati corti, il naso rotto, la mascella prominente e due grandi occhi azzurri, era sbucata dalla porta più vicina. — Calmati, figliolo — tuonò avvicinandosi. — Che cosa vuoi?
— Il mio gatto è entrato là — spiegò Phil, cercando di mantenere la calma. — In quella porta là in fondo. — Fece un cenno con la testa verso di essa. — Cercavo di riprenderlo, ma questa cosa mi ha afferrato.
— Il vostro gatto?
— Sì, il mio gatto.
Lei ci pensò su. Phil si accorse per la prima volta, forse perché fino a quel momento la sua attenzione era stata tutta concentrata sulla porta, che la donna indossava dei calzoni aderenti, marroni, ed era nuda fino alla vita. Aveva seni piccoli e spalle massicce, muscolose.
