— Va bene — disse lei dopo un po’ — lascialo andare.

— Non mi ha detto né un nome né una parola — si lamentò la voce. — Ha cercato di passarmi sotto. Devo trattenerlo finché non arriva il guardiano.

— Ci vorrà almeno un’ora, se non conosco male Jake. Lascialo andare, stupido robot — disse la donna con voce profonda, da basso. — Quest’uomo è un mio amico. Lo faccio passare io.

— Va bene, signora Jones — disse la voce, in tono imbronciato. Il braccio grigio si svolse d’attorno a Phil e rientrò nel muro.

— Ora va’ a cercare il tuo gatto e fila — disse la gigantessa.

— Grazie mille — disse Phil, voltandosi a metà verso di lei ma controllando sempre con la coda dell’occhio la porta. Lei non rispose, limitandosi a guardarlo con aria dubbiosa, per nulla imbarazzata della propria parziale nudità.

Phil cercò di non correre, anche se il corridoio sembrava non finire mai. Continuava a dirsi che non era successo niente a Lucky, sperando ardentemente che fosse vero. Non si sentiva più né coraggioso né avventuroso. Passò davanti alla porta da cui era uscita la donna, notando vagamente mucchi di indumenti sporchi e un robot dalle braccia di gomma per gli allenamenti. Raggiunse l’ultima porta, dopo aver notato che tutte le altre erano ermeticamente chiuse. Esitò. Non si sentiva nessun rumore. Entrò.

La stanza era grande, col soffitto basso. Alle pareti erano appoggiati degli armadietti e delle panche. All’estremità opposta vi era una porta chiusa, con a fianco due bassi tavoli automassaggiatori, le cui braccia articolate, protese goffamente in alto, li rendevano simili a scarafaggi rovesciati sulla schiena. C’erano anche degli altri attrezzi che Phil non conosceva, ma il pavimento era quasi del tutto sgombro.



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