Phil si strappò di dosso l’arnese, spense l’audio, accese una sigaretta e si ritrovò solo con il suo problema. Era davvero pazzo? Lucky era soltanto il sogno di uno psicopatico, o lui era stato in qualche modo raggirato? Ancora una volta, con angoscia, dovette arrendersi all’evidenza: soltanto lui si era accorto del gatto. E poi c’erano molti altri indizi di allucinazione; il colore assurdo, il cibo incredibile, la sua impressione che Lucky non fosse veramente un gatto; la sua assurda illusione di divina onnipotenza.

Ma questi stessi sentimenti erano anche la ragione per la quale Lucky doveva esistere. Dopo quanto era successo quel giorno, Phil non avrebbe più potuto sopportare la vita senza Lucky, senza quelle calde sensazioni intuitive che l’avevano galvanizzato nel pomeriggio e gli avevano fatto dimenticare il lavoro perso, la solitudine, la vigliaccheria, le frustrazioni. — Lucky — mormorò prima ancora di rendersene conto, e il suono querulo da malato della sua voce lo spaventò talmente che si frugò in tasca e tirò fuori il nastro che gli aveva dato Swish Jack Jones. Aspirò con forza dalla sigaretta, e al chiarore della brace lesse: Dr. Anton Romadka. Cima della Fortezza. Ore otto.

Nella sua mente apparve l’immagine della guglia nera e sottile della “Fortezza”, un lussuoso edificio adibito ad albergo e uffici. Pensò che gli ci volevano pochi minuti per arrivarci. Ma poi, di scatto, appallottolò il pezzo di nastro e se lo rimise in tasca. Cominciò a camminare su e giù per la stanza. Se fosse andato dal dottor Romadka sarebbe stato come ammettere che non credeva all’esistenza di Lucky.

Pensò alle pillole di sonnifero, ma temeva che non gliene fossero restate abbastanza. Prese un libro che aveva cominciato, ma trovò il suo stereotipato sadismo insopportabilmente noioso. Come ultima risorsa accese di nuovo la televisione, audio e video.



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