— … preda dell’Anticristo.

Quelle parole, insieme al viso scarno apparso sullo schermo, indicavano che il Presidente Robert T. Barnes stava facendo una nuova predica sulla Russia ai suoi Fratelli Americani.

— Ma ci sono peccatori anche da questa parte della trincea — continuò la grande figura patriarcale, piegandosi in avanti e inarcando le sopracciglia. — Peccatori in mezzo a noi, creature dedite alla lussuria. Troppo a lungo costoro si sono crogiolati nei piaceri più bassi. — Agitò un dito e si chinò ancora una volta verso lo schermo. — Io li ammonisco che la loro ora è giunta.

Phil fece per spegnere (quante volte Barnes aveva lanciato quelle futili, e, secondo alcuni, ebbre, minacce, quando tutti sapevano che la sua amministrazione era compromessa fino al collo con la Divertimenti SpA?), ma si fermò avvertendo nella voce del Presidente una nota diversa e anche un poco inquietante.

— Fratelli Americani — disse Barnes quasi in un sussurro, con un leggero ondeggiamento del corpo — delle forze misteriose sono all’opera, pensieri insani, spiriti dell’aria più alta come quelli che perseguitarono l’antica Babilonia. Qualcuno cerca di condizionare le nostre menti, è l’ora della prova finale…

La sua momentanea curiosità svanì e Phil spense l’apparecchio, ripiombando nell’oscurità e nel silenzio. Eppure la retorica del Presidente aveva influenzato il corso dei suoi pensieri. Smise di camminare e si rannicchiò sulla poltrona di schiuma incastrata fra la televisione e il letto.

“Devo essere pazzo” si disse con una rassegnata certezza che tuttavia non gli provocava nessun dolore, forse perché se ne stava seduto immobile. Tutto quello che aveva fatto quel pomeriggio non rispondeva al suo carattere, compresa la sua sopravvalutazione di quel gatto immaginario.

Sì, doveva essere matto.

Il quel momento il pallido cerchio della finestra venne intersecato da un cerchio più piccolo e molto più luminoso. Automaticamente si alzò e si avvicinò.



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