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La luce dell’indicatore salì velocemente fino all’ultimo pulsante, l’ascensore si arrestò con un soffio, e Phil uscì dalla porta scorrevole in un piccolo ingresso, coperto da un folto tappeto simile a un prato grigio. Da una delle pareti, una voce femminile, piena di fascino, mormorò: — Buona sera. Avete un appuntamento?
— Uh — fece Phil, piuttosto sorpreso per il solo fatto di riuscire a parlare.
— Avete un appuntamento? — ripeté la parete. — Rispondete con un sì o con un no, prego.
— Sì — disse Phil.
— Volete dirmi il vostro nome?
— Phil Gish. — Non appena ebbe pronunciato quelle parole, gli venne il dubbio che forse doveva nominare Jack Jones, ma la parete, dopo un breve ronzio soffocato, disse: — Piacere, signor Gish. Accomodatevi, prego.
Nella parete apparve una surrealistica porta a forma di pera. Phil entrò. Un braccio sinuoso, liscio e lucente come un serpente, spuntò di fianco a lui e indicò una sedia, col gesto elegante di una hostess che abbia studiato danza.
— Volete accomodarvi? — suggerì la parete. — Il dottor Romadka arriverà fra pochi istanti.
Phil inghiottì. Aveva la sensazione che se si fosse azzardato a superare la zona che gli era stata indicata, il braccio lo avrebbe fermato senza complimenti. Anche se probabilmente avrebbe accompagnato il gesto con un gentile “Vogliate scusarmi”, o magari un “Fai il bravo, Phil”.
Decise di ubbidire e di sedersi. La parete disse: — Grazie. — Allora tornò ad alzarsi. La parete disse: — Desiderate? — con una lieve nota d’impazienza. Si risedette. — Grazie — ripeté la parete.
La stanza era buia, ovattata e silenziosa. Evidentemente la maggior parte dei pazienti del dottor Romadka facevano sogni lussuosi. L’inevitabile scrivania era a forma di S, come un divano per innamorati.
