
La voce del dottore si fece più alta e stridente, mentre gli occhi sembravano uscirgli dalle orbite, come se la sua indignazione nascesse anche da qualcosa di personale. Ma subito dopo ritornò alla sua posa cortese, professionale.
— Ora, Phil, esaminiamo come questa società malata vi ha contagiato. Forse vi sorprenderà, ma non useremo nessuna di quelle tecniche moderne, come l’elettrosonno, la cerebrofotografia o la terapia situazionale con un’amante-robot bionda. Noi faremo semplicemente quello che avrebbero fatto i nostri trisavoli: parleremo. Ci metteremo a nostro agio. Questa scrivania è stata costruita in modo che possiamo stare vicini, senza però essere obbligati a guardarci negli occhi. Volete fumare? Benissimo! Fate pure! Ora cominciamo dal principio. Parlatemi della vostra vita.
Phil inghiottì. — Mi scusi, dottor Romadka, ma preferirei farlo dopo. Ora vorrei raccontarvi della mia esperienza, voglio dire, delle allucinazioni che ho appena avuto e che mi hanno convinto di essere impazzito, e poi desidero che mi diciate qualcosa in proposito, cioè, che le interpretiate, le psicoanalizziate o qualcosa del genere.
