“Che vita priva di affetti dev’essere la mia” pensò “se un gatto può farmi piangere”. Eppure era proprio così. La sua vita era sempre stata una delusione. I suoi genitori, dapprima, gli erano sembrati affettuosi e meravigliosi, ma poi aveva cominciato ad accorgersi delle loro grigie incertezze, della loro noia. Per un certo periodo la scuola era stata piena di straordinarie promesse, gli si erano aperte prospettive di conoscenza e di idealistica fratellanza; ma troppe di quelle prospettive erano chiuse da cartelli che dicevano: proibito o sovversivo, o da un ancora più insopportabile silenzio calcolato. Così come era successo all’uomo, che si era ripromesso di andare sui pianeti. Ma non l’aveva fatto. C’erano stati persino degli amici, un tempo, e un amore. Ma anche queste cose si erano rivelate un fallimento. E poi la serie interminabile di posti perduti a causa dei robot, a cominciare dai robot postini che individuavano la destinazione delle lettere leggendo gli indirizzi con una cellula fotoelettrica. L’unica cosa che i robot non sapevano fare, a quanto pareva, era quella di imboscarsi: un’attività nella quale Phil poteva vantarsi di non avere rivali automatizzati.

Sì, era stata una vita veramente vuota e priva di scopo la sua, si disse Phil, chiedendosi nello stesso tempo come mai neppure quella considerazione riuscisse a offuscare la sua presente felicità.

Si riscosse da quei pensieri e vide che il gatto stava passeggiando sul letto, ispezionando il suo corpo nudo.

— Ehi, va bene che siamo amici, ma non ti sembra di esagerare? Rispetta la mia intimità! — Ridendo scese dal letto e prima di uscire dal cono di calore proiettato dal soffitto, indossò una leggera vestaglia. Rabbrividì. Si mise a canticchiare un paio di strofe di Baciami a zero G e accennò un passo di danza, cosa che fece scattare il gatto alla rincorsa dei suoi piedi.



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