
— Da dove arrivi, Lucky? — ripeté Phil, e mentre si dirigeva verso la finestra, il suo sguardo cadde sul tubetto semivuoto dei sonniferi. Per un attimo fu assalito da un dubbio inquietante: forse un’eccessiva quantità di pillole aveva fatto scattare dentro di lui una molla che aveva alterato il suo equilibrio? Dopo tutto, quel gatto non era normale (e neppure le allucinazioni), e il suo folle, inesplicabile senso di esaltazione era troppo simile alle fantasie di divina perfezione tipiche dei paranoici.
Poi raggiunse la finestra e il suo umore subì un ulteriore cambiamento, che gli fece dimenticare tutti i suoi timori.
La finestra si apriva a strapiombo su una strada angusta dominata dalla facciata esterna del gigantesco hotel riadattato in cui abitava Phil. Sporgendosi dal davanzale, a rischio dell’osso del collo, poteva sbirciare al di là della strada e scorgere l’angolo ricoperto di scritte pubblicitarie del Centro di Lotta della Divertimenti SpA con il suo eliporto sul tetto. L’hotel era stato costruito come residenza di lusso per i nuovi ricchi della guerra degli anni Settanta, ma durante la grande crisi di alloggi del decennio successivo le sue vaste stanze erano state suddivise in tante cellule dormitorio. L’edificio tuttavia conservava ancora alcuni segni dei suoi giorni di gloria: le ampie finestre rotonde munite di doppi vetri polarizzati, di cui quello interno poteva essere ruotato in modo da ottenere la perfetta trasparenza oppure la completa oscurità, con tutte le gradazioni intermedie. Ma c’era un altro lusso fuori dal comune: le finestre erano vere finestre e si potevano aprire. A causa del riscaldamento radiante dei letti e dei guasti del sistema di condizionamento dell’aria, quest’ultima possibilità era sfruttata più spesso di quanto ci si sarebbe potuto aspettare, anche se i vetri erano tenuti chiusi per la maggior parte delle ore diurne.
