
E allora, quando infine li vide malleabili, abbandonò i modi da popolano: ritto sul ponte di comando, col cimiero ondeggiante e l’elmo lucente, mentre il vessillo di Montalir sventolava sopra il suo capo, i colori sbiaditi dalla brezza salmastra, parlò cogli accenti d’un cavaliere della Regina.
— Ora sapete che non vi chiederò di tornare indietro finché non avremo solcato il mondo intiero, e non avremo portato a Sua Maestà quel dono che soltanto noi possiamo recarle, e che non è oro né schiavi, né il possesso di quei lontani paesi che la Regina e la molto onorevole Compagnia dei Mercanti desiderano. No, quello che noi le porteremo con le nostre mani, quel giorno in cui ancora una volta poseremo il piede sui lunghi moli di Lavre, sarà la nostra stessa impresa. Avremo compiuto ciò che nessun uomo al mondo ha osato finora intraprendere, e lo avremo fatto per la gloria della Regina Odila.
Stette a lungo immobile, nel silenzio possente dell’oceano. Poi, con voce calma, disse: — Potete andare — e voltò i tacchi, avviandosi verso la sua cabina.
Per alcuni giorni continuammo così, con la ciurma domata ma non ribelle, mentre gli ufficiali facevano del loro meglio per nascondere i dubbi. Io mi trovai molto preso, non tanto con i miei doveri d’uomo di religione, per i quali ero pagato, o con l’esercizio del comando che dovevo apprendere: entrambe le occupazioni essendo di molto ridotte, assistevo Froad, l’astrologo. In quel clima mite, egli poteva continuare il suo lavoro anche a bordo. A lui poco importava che si potesse naufragare, o finire inghiottiti dall’oceano; egli aveva vissuto ormai oltre il tempo comunemente concesso. Ma altra cosa era per lui la conoscenza dei cieli, che poteva ancora far procedere: a notte sul ponte di prora, con quadrante, astrolabio e cannocchiale, sotto l’immenso chiarore delle sfere celesti, egli somigliava a uno di quei santi dalla candida barba che si possono vedere in sulle vetrate dell’Abbazia di Provien.
