
— Guarda qui, Zhean. — La sua mano sottile era puntata sopra il mare che splendeva e luccicava, nel cielo purpureo dove poche stelle ancora osavano mostrarsi, e indicava Tambur, immenso nella sua fase di pienezza a mezzanotte, e copriva una zona di cielo dell’ampiezza di sette gradi: era come uno scudo verdeceleste, macchiato di fiammeggianti sabbie che si potevano veder nel loro movimento attraverso il disco. La minuscola luna che chiamiamo Siett era una lucciola vicina all’orlo nebuloso del gigante, e Balant, che di rado poteva esser scorto poiché resta basso sull’orizzonte in quella parte del mondo dove noi viviamo, era ben alto colaggiù, falce luminosa la cui parte oscura riceveva il riflesso del luminoso Tambur.
— Guarda — disse Froad — non vi sono più dubbi, si può vedere come esso ruoti attorno a un asse, e come le tempeste ribollano nella sua atmosfera. Tambur non deve più essere una cupa leggenda di paura, né una terribile apparizione a chi si avventuri in acque sconosciute: Tambur è una cosa reale, un mondo come il nostro, immensamente più grande, è pur vero, ma sempre uno sferoide nello spazio. E tutt’attorno ruota, insieme con il nostro mondo, sempre volgendo la stessa faccia al suo signore. Le congetture degli antichi sono trionfalmente confermate: e non soltanto laddove affermano che il nostro mondo sia una sfera, bah, questo sarebbe ovvio a chiunque! ma che ci muoviamo intorno a un centro più grande, un giro del quale costituisce il percorso annuale attorno al sole. Ma allora, quanto è grande il sole?
Sforzandomi di comprendere, ricordai: Siett e Balant sono satelliti di Tambur. Vieng, Darou e le altre lune che normalmente vediamo dalla nostra contrada, percorrono sentieri esterni a quello del nostro mondo. Questo è vero: ma che cosa trattiene tutto lassù?
— Questo non lo so. Forse la sfera di cristallo che contiene le stelle esercita una pressione verso l’interno: la stessa pressione, forse, che lega l’uomo al suo mondo dal tempo della Caduta dal Cielo.
