
— Ci si abitua al loro aspetto molto in fretta — la rassicurò.
— Dove ne hai incontrato uno, se sono tanto riservati?
— Ecco… durante una missione per ImpSec. Non posso entrare in particolari, ma quella quad era una musicista, figurati. Suonava un salterio a percussione con tutte e quattro le braccia. — Il tentativo di imitare quello spettacolo ebbe come risultato una dolorosa botta del gomito sulla paratia. — Si chiamava Nicol. Ti sarebbe piaciuta. L’abbiamo aiutata a uscire da una situazione critica. Mi chiedo se sia mai riuscita a tornare a casa. — Si strofinò il gomito e aggiunse, speranzoso: — Sono certo che le tecniche con cui i quad coltivano giardini a gravità zero t’interesseranno molto.
Ekaterin s’illuminò. — Sì, certamente.
Miles tornò ai suoi rapporti con la scomoda certezza che non sarebbe stata una buona idea affrontare impreparato quella missione. Aggiunse mentalmente di dare una ripassata alla storia dei quad nel suo elenco di cose da studiare nei giorni successivi.
CAPITOLO SECONDO
— Ho il colletto dritto?
Le dita di Ekaterin si misero al lavoro dietro il collo di Miles, che nascose il brivido che gli corse lungo la spina dorsale, sentendole gelate. — Adesso sì — disse.
— L’abito fa l’Ispettore — borbottò Miles. La cabina era così piccola che non poteva contenere neppure uno specchio a figura intera. Non che fosse uno svantaggio.
Ekaterin indietreggiò di quanto poté, mezzo passo, fino alla paratia, ed esaminò la figura del marito, per controllare l’effetto che faceva l’uniforme di Vorkosigan: casacca marrone con lo stemma di famiglia in argento sul colletto alto, maniche ricamate d’argento, pantaloni marrone con profili argento, stivali alti da cavallerizzo. Nei loro giorni di gloria i Vor erano stati cavalieri. Ora, di certo, non c’era un cavallo nell’arco di chissà quanti anni luce.
