
Uhm, guai in vista… Miles sollevò le sopracciglia, curioso. — Mi vuole parlare della sua esperienza in quel conflitto, signore?
Vorpatril ricordò: — Pilotavo una navetta da sbarco, rimasta sola quando la nostra nave madre venne fatta a pezzi nell’orbita alta dagli Esco. Non sapevamo dove attraccare, né dove fuggire, e anche le poche navi superstiti che ancora avevano culle d’attracco libere non si fermavano per aspettarci, e io avevo a bordo un paio di centinaia di uomini, fra cui i feriti… è stato un incubo, me lo lasci dire.
Miles ebbe l’impressione che l’ammiraglio avesse evitato per un pelo di dire: ’te lo dico io, figliolo’. Ma cautamente rispose: — Sono sicuro che l’ammiraglio Vorkosigan non avesse molta scelta, quando ereditò il comando dell’invasione, alla morte del Principe Serg.
— Oh, non ne aveva nessuna — concordò Vorpatril, con un altro gesto della mano. — Non voglio dire che non abbia fatto il meglio che poteva con quello che si ritrovava in mano. Non poteva salvare tutto, e io capitai fra i sacrificati. Ho passato quasi un anno in un campo di prigionia degli escobarani, prima che i negoziatori finalmente riuscissero a farci tornare a casa. Gli escobarani non ci hanno fatto passare una bella vacanza, questo glielo assicuro.
Sarebbe potuto andarle peggio. Avrebbe dovuto provare cosa significa essere un escobarano in uno dei nostri campi di prigionia. Miles decise che non era il caso in quel momento di suggerire all’ammiraglio quel particolare esercizio d’immaginazione. — Suppongo di no.
— Voglio solo dire che so che cosa vuol dire venire abbandonati, e non ho intenzione di farlo a uno dei miei uomini per una ragione che ancora non capiamo. — L’occhiata che rivolse al cargomastro chiariva che la perdita dei profitti di una corporazione komarrana non costituiva una ragione sufficientemente grave da indurlo a violare i suoi principi. — Gli eventi mi hanno dato… — Esitò, e riformulò la frase. — Per un certo tempo, gli eventi sono sembrati darmi ragione.
