Fissando il pallido profilo di Ekaterin, che si voltò a guardarlo con i suoi solenni occhi azzurri, Miles le chiese: — Vuoi venire con me, o continuare verso casa?

— Posso davvero venire con te? — rispose lei, con tono dubbioso.

— Ma certo! Piuttosto, la domanda è: lo vuoi? Ekaterin inarcò le sopracciglia scure. — Non è l’unica domanda, questo è certo. Pensi che la mia presenza non ti distrarrà dal tuo lavoro? Pensi che possa esserti utile in qualche modo?

— C’è un’utilità ufficiale, e una non ufficiale. E non scommetterei che la prima sia più importante della seconda. Ti sei accorta di come la gente ti parla per cercare di arrivare a me in modo indiretto?

— Oh, sì. — Le sue labbra si piegarono in un’espressione di disgusto.

— Sì, be’, mi rendo conto che non è piacevole, ma il punto è che tu sei bravissima a cavartela in simili situazioni. Per non parlare del fatto che solo studiando il genere di menzogne che ti raccontano si possono ricavare informazioni preziosissime. Anche quando non si tratta di menzogne. Potrebbero esserci persone disposte a parlare con te che esiterebbero a farlo con me, per una ragione o per l’altra.

Ekaterin ammise con un cenno del capo che la cosa poteva essere vera.

— E poi… per me sarebbe un sollievo avere qualcuno con cui parlare liberamente.

Il sorriso di Ekaterin divenne eloquente. — Parlare, o sfogarsi?

— Ehm. Be’, forse avrò bisogno di qualche sfogo. Ce la farai a sopportarmi? Potrebbe essere pesante e noioso.

— Sai, continui a dire che il tuo lavoro è tanto noioso, Miles, ma nel frattempo non mi è sfuggito che ti si sono illuminati gli occhi.

Miles si schiarì la voce e scrollò le spalle, senza replicare.



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