
— Quanto pensi che ci vorrà per risolvere questo problema? — chiese Ekaterin.
Miles capì subito il senso della domanda: mancavano ancora sei settimane, giorno più giorno meno, al momento previsto per la nascita. Il loro itinerario originale li avrebbe riportati a casa con un comodo mese d’anticipo. Ma ora le cose erano cambiate. Il Settore V era dalla parte opposta a quella in cui si trovavano, e per quanto si potesse stabilire una direzione nella rete di punti di salto che venivano usati per andare da una parte all’altra dell’universo, ci sarebbero comunque voluti diversi giorni per arrivare alla Stazione Graf, e poi altre due settimane di viaggio almeno per tornare a casa, anche con il mezzo più veloce. — Spero di riuscire a sistemare tutto in meno di due settimane, quindi possiamo arrivare a casa giusto in tempo.
Ekaterin fece una risata di soddisfazione. — Per quanto io cerchi di essere moderna, non mi sembrerebbe giusto non essere presente alla nascita dei nostri figli. Non vorrei sentirmi dire: ’Mia madre era fuori città quando sono nato’, mi parrebbe un rimprovero più grave di quanto ad altra gente possa sembrare.
— Se le cose dovessero protrarsi troppo a lungo, potrei mandarti a casa da sola, con una scorta. Ma anch’io ci tengo a essere presente. — Esitò. È la prima volta, per me, dannazione, fu un pensiero ovvio che riuscì a fermare sulla punta della lingua. Il primo matrimonio di Ekaterin le aveva lasciato molte cicatrici ancora sensibili, e se glielo avesse detto, la cosa ne avrebbe aperte altre. Riformula la frase, Grande Diplomatico. — Pensi… che sia più facile, per te, visto che è la seconda volta?
L’espressione della moglie si fece più meditativa. — Nikki è stato un parto fisico; tutto era più difficile. I replicatori eliminano tanti rischi… i nostri bambini non avranno difetti genetici, e non correranno il pericolo di subire danni da un brutto parto… la gestazione nel replicatore è migliore, è la scelta più responsabile, in tutti i sensi. Insomma, so che non gli sto facendo un torto. Eppure…
