Nemmeno le candele contenute a milioni nel razzo erano in grado di illuminare tutta l'enorme cavità, ma riuscì a vedere abbastanza per capire com'era disposta e per apprezzarne le proporzioni titaniche. Si trovava all'estremità di un cilindro cavo largo almeno dieci chilometri e di lunghezza indefinibile. Dal punto in cui si trovava, sull'asse centrale, poteva vedere una quantità tale di particolari sulle pareti curve che lo circondavano che la sua mente fu in grado di assorbirne solo una piccolissima parte. In una frazione di secondo aveva posato lo sguardo sul panorama di un mondo intero, e si sforzò di congelarne l'immagine nella mente.

Intorno a lui i pendii a terrazze del cratere si elevavano fino ad unirsi alla solida parete che orlava il cielo. No… era un'impressione falsa; non doveva basarsi sugli elementi terrestri e spaziali, ma orientarsi su un nuovo sistema di coordinate.

Non si trovava nel punto più basso di quello strano mondo chiuso, ma nel più alto. Da lì, si andava in giù, non in su. Se si allontanava dall'asse centrale verso la parete curva, che però non doveva più considerare parete, la forza di gravità sarebbe regolarmente aumentata. Una volta raggiunta la superficie interna del cilindro avrebbe potuto tenersi ritto in qualsiasi punto, coi piedi verso il centro del tamburo rotante. Il concetto non era nuovo: fin dagli albori del volo spaziale si era ricorsi alla forza centrifuga per simulare la gravità. Solo che un'applicazione di questo concetto su una scala così enorme lasciava senza parole. La più grande di tutte le stazioni spaziali, Syncsat Cinque, aveva un diametro inferiore ai duecento metri. Ci voleva tempo per abituarsi a quel mondo cento volte più grande.



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