«Certe volte alla sera uscivo a cercarlo e lo trovavo nel giardino fuori dalla cappella che sedeva assorto su una panchina di pietra; allora gli raccontavo i miei problemi, le difficoltà con gli schiavi, la mia sfiducia nel sorvegliante, nel tempo o nell’amministratore… tutte le preoccupazioni che costituivano le coordinate della mia esistenza. E lui stava ad ascoltare, facendo appena qualche commento, sempre partecipe; me ne andavo con la netta impressione che mi avesse risolto ogni cosa. Non credevo che avrei mai potuto negargli alcunché, e promisi solennemente a me stesso che, quando fosse giunto il momento, gli avrei concesso di abbracciare il sacerdozio, per quanto straziante per me potesse essere la sua perdita. Naturalmente, mi sbagliavo». Il vampiro si fermò.

Per un momento il ragazzo stette a guardarlo in silenzio, poi sussurrò come risvegliandosi da profonde riflessioni: sembrava che non riuscisse a trovare le parole giuste. «Ah… non voleva farsi prete?» azzardò.

Il vampiro lo studiò come se cercasse di decifrare il significato della sua espressione. Poi disse:

«Intendevo dire che mi sbagliavo sul mio conto, sul fatto di non negargli nulla». Il suo sguardo corse sulla parete in fondo fino a fissarsi sui vetri della finestra. «Cominciò ad avere delle visioni».

«Visioni vere e proprie?» domandò il ragazzo ancora esitante, come pensando ad altro.

«Allora non lo credevo» rispose il vampiro. «Accadde quando aveva quindici anni. A quell’epoca era molto bello: aveva una pelle liscissima e immensi occhi azzurri. Era robusto, non magro come me adesso… e come ero anche allora… ma i suoi occhi… quando lo guardavo negli occhi mi pareva di essere solo ai limiti del mondo… su una spiaggia dell’oceano spazzata dal vento. C’era solo il sommesso mugghiare delle onde, nient’altro. Be’» riprese, gli occhi ancora fissi alla finestra, «cominciò ad avere delle visioni.



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