
— Un pezzo grosso arabo? — chiesi, dopo un po’. — Mani sfregiate? Occhi gialli? Si chiama Hasan?
— Sì, è esatto. L’hai già incontrato?
— Ha fatto qualche lavoro per me in passato — confermai. E così sorrisi, anche se il sangue mi si stava raffreddando, perché non mi piace che la gente sappia quello che sto pensando.
— Stai sorridendo — disse lei. — Cosa pensi?
È fatta così.
— Sto pensando che tu prendi le cose più seriamente di quanto io credessi.
— Che idiozia. T’ho detto un mucchio di volte che sono una bugiarda spaventosa. In effetti l’ho ripetuto solo un secondo fa, e mi riferivo ad uno scontro poco importante in una grande guerra. E hai ragione a dire che sono meno infelice qui che da qualsiasi altra parte della Terra. Così forse potresti parlare a George, mandarlo a lavorare su Taler, o Bakab. Forse? Eh?
— Certo — dissi. — Sicuro. Ci puoi scommettere. Proprio così. Dato che tu ci provi da dieci anni… Come va la sua collezione d’insetti, in questi giorni?
Lei fece un mezzo sorriso.
— Cresce — replicò, — a passi da gigante. Ci sono anche api e pidocchi, e alcuni di questi pidocchi sono radioattivi. Io gli dico: «George, perché non fai qualcosa con qualche altra donna invece di passare tutto il tempo con questi insetti?». Ma lui si limita a scrollare la testa, e ha un’aria così assorta. Allora gli dico: «George, un giorno o l’altro uno di questi pidocchi ti pungerà e ti renderà impotente. E allora cosa farai?». Al che lui mi spiega che non può succedere, e mi dà ragguagli sulle tossine degli insetti. Forse è in realtà una grossa cimice travestita. Penso che ci trovi una specie di piacere sessuale a guardarli agitarsi in quei contenitori. Non so cos’altro…
Allora mi girai e guardai dentro la stanza, perché il suo viso non era più il suo viso. Quando la sentii ridere un momento dopo, tornai a girarmi e le strinsi la spalla.
