— D’accordo, adesso ne so più di prima. Grazie. Ci rivediamo appena posso.

— Devo aspettare?

— No. Buona notte.

— Buona notte, Conrad.

E me n’ero andato.


Attraversare una stanza può essere un affare molto lungo e penoso: se è piena di gente, se tutta la gente ti conosce, se tutta la gente stringe in mano un bicchiere, se tu hai anche la minima tendenza a soffermarti.

E le cose stavano proprio a questo modo. Così…

Pensando pensieri inutili, mi feci strada rasente al muro per sei metri buoni sino alla periferia di tutta quell’umanità, sino a raggiungere l’ammasso di giovani signore che i vecchi scapoli si trovano sempre sulle spalle. Lui era privo di mento, quasi senza labbra, e sempre più calvo; e l’espressione che un tempo viveva sulla pelle che gli copriva il cranio s’era ritirata da un pezzo nell’oscurità dei suoi occhi; e nei suoi occhi, quando mi scorsero, c’era già il sorriso dell’oltraggio imminente.

— Phil — feci io, annuendo, — non tutti possono scrivere una masque come quella. Ho sentito dire che è un’arte che va morendo ma adesso devo ricredermi.

— Sei ancora vivo — disse lui, con una voce più giovane di settant’anni di tutto il resto, — e di nuovo in ritardo, come al solito.

— Chiedo umilmente scusa — dichiarai, — ma sono stato trattenuto ad una festa di compleanno per una signora di sette anni, in casa d’un vecchio amico. (Il che era vero, ma la cosa non ha nulla a che fare con questa storia).

— Tutti i tuoi amici sono vecchi amici, non è vero? — chiese lui, e questo era colpire sotto la cintura, solo perché una volta avevo conosciuto i suoi semi-dimenticati genitori, e li avevo portati a fare un giro nel lato sud dell’Eretteo per mostrargli il Portico delle Vergini e fargli vedere quello che Lord Elgin aveva fatto con quei resti, tenendomi intanto sulle spalle il loro figliolo dagli occhi intelligenti e raccontandogli storie che erano già vecchie quando quel posto era stato costruito.



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