— … E ho bisogno del tuo aiuto — aggiunsi, ignorando il suo sarcasmo e facendomi gentilmente strada tra quel morbido, pungente circolo di femminilità. — Mi ci vorrà tutta la notte per attraversare questo posto fino a dove Sands sta parlamentando col vegano — mi scusi, signorina — e non ho tutta la notte a disposizione. — Pardon, signora. — Così voglio che tu mi crei una bella interferenza.

— Lei è Nomikos! — sospirò una piccola amabile ragazza, fissando la mia guancia. — Ho sempre desiderato…

Le presi la mano, me la portai alle labbra, notai che il suo anello era d’un rosa splendente, e dissi: — E finora l’è andata male, eh? — E lasciai cadere l’argomento.

— E allora? — chiesi a Graber. — Portami via di qui col minimo dispendio di tempo, facendo uso del tuo solito atteggiamento da cortigiano e di una bella conversazione-fiume che nessuno abbia il coraggio d’interrompere. Okay? Partiamo.

Lui annuì bruscamente.

— Scusatemi, signore. Tornerò presto.

Partimmo attraverso la stanza, facendoci strada nel mare di gente. Alti sopra di noi i candelieri scivolavano e giravano come sfaccettati satelliti di ghiaccio. La telinstra era un’intelligente arpa eolica che gettava i suoi brani di canto nell’aria: pezzi di vetro colorato. La gente ronzava e s’agitava come certi insetti di George Emmet, e noi evitavamo il loro sciamare mettendo un piede davanti all’altro senza mai fermarci, e producendo rumori per conto nostro. Non calpestammo nessuno, in quella calca.

La notte era calda. Quasi tutti gli uomini indossavano l’Uniforme Nera leggera come una piuma che il protocollo impone in occasioni del genere ai membri dello Staff. Quelli che non la portavano, non erano dello Staff.

Scomode nonostante tutta la loro leggerezza,



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