
Al suo fianco sedeva Cort Myshtigo. Potevo quasi sentire l’odio di Phil per quell’essere, dalle punte blu-pallide dei suoi piedi a sei dita ai suoi capelli colorati di rosa, a indicare l’appartenenza ad una casta superiore. Non lo odiava così tanto perché era lui; lo odiava, ne ero sicuro, perché era il più prossimo parente (nipote) di Tatram Yshtigo, che quarant’anni prima aveva cominciato a dimostrare che il maggior scrittore vivente di lingua inglese era un vegano. Le vecchie generazioni sono ancora ferme lì, e non credo che Phil gliel’abbia mai perdonato.
Con la coda dell’occhio (quello blu) vidi Ellen salire la grande, adorna scalinata che stava sull’altro lato della stanza. Con la coda dell’altro occhio vidi Lorel scrutare nella mia direzione.
— Sono stato individuato — dissi — e devo andare a porgere omaggio al Gran Signore di Taler. Vieni anche tu?
— Be’… Va bene — fece Phil, — all’anima fa bene soffrire.
Ci muovemmo verso l’alcova e ci fermammo davanti alle due poltrone, tra la musica e il rumore, abbagliati da tanta potenza. Lorel s’alzò lentamente e ci diede la mano. Myshtigo s’alzò più lentamente, e non ci diede la mano; ci fissava, gli occhi color ambra, il viso assolutamente privo d’espressione mentre gli eravamo presentati. La sua tunica color arancio fluttuava liberamente e in continuazione nell’aria; i suoi polmoni divisi a sezioni pompavano fuori un’incessante esalazione dalle narici anteriori, poste alla base dell’ampia cassa toracica. Annuì brevemente, ripeté il mio nome. Poi si girò verso Phil con qualcosa come un sorriso.
