
I capelli di Cassandra sono del colore delle olive di Katamara, e lucidi. Le sue mani sono morbide, le dita corte, delicatamente palmate. I suoi occhi sono molto scuri. È più piccola di me di solo dieci centimetri, il che rende pressoché totale la sua bellezza, dato che io sono più alto d’un metro e ottanta. Naturalmente qualsiasi donna sembra graziosa, ben fatta ed attraente quando cammina al mio fianco, dato che io non sono nessuna di queste cose: la mia guancia destra era allora una mappa dell’Africa disegnata in varie tonalità di rosso purpureo, a causa di quel fungo mutante che m’ero preso da una tela muffosa quando dissotterravo il Guggenheim per il New York Tour; la linea dei capelli mi arriva fin sulla fronte per un buon paio di centimetri; i miei occhi sono scompagnati. (Fisso la gente con quello blu e freddo di destra quando voglio intimidirla; quello castano è per gli Sguardi Sinceri ed Onesti). Porto uno stivale rinforzato perché la gamba destra è un po’ più corta dell’altra.
Cassandra non ha bisogno di contrasti, comunque. È bella.
L’ho incontrata per caso, l’ho inseguita con disperazione, l’ho sposata contro la mia volontà. (L’ultima parte è un’idea sua). Io, per me, non pensavo proprio al matrimonio; nemmeno quel giorno che portai la mia scialuppa in porto e la vidi là, a prendere il sole come una sirena vicino all’albero d’Ippocrate, e decisi che la volevo. I Kallikanzaroi non sono mai stati troppo inclini a mettere su famiglia. Penso di esserci cascato di nuovo.
Era una mattina chiara. Stava cominciando il nostro terzo mese assieme. Era il mio ultimo giorno a Kos, a causa d’una chiamata che avevo ricevuto la sera prima. Tutto era ancora bagnato della pioggia notturna, e noi sedevamo nel patio bevendo caffè turco e mangiando arance. Il giorno cominciava ad aprirsi la strada nel mondo. La brezza era intermittente, era umida, ci faceva venire la pelle d’oca sotto i maglioni neri che indossavamo e soffiava via il vapore che saliva dal caffè.
