
Abbie saltò giù dal camioncino; era una donna energica, faccendiera e autoritaria.
— Buondì, Hiram — disse. — Puoi rimettermi a posto quest’apparecchio?
— Mai visto niente che non potessi aggiustare — rispose Taine, tuttavia sogguardò l’apparecchio con qualcosa di assai simile a sgomento. Non era la prima volta che ci metteva le mani e capì subito quel che non andava.
— Potrebbe costarti più di quel che vale — l’avvertì. — Hai proprio bisogno di prenderne uno nuovo; questo televisore è troppo vecchio e…
— È proprio quel che ha detto Henry — rispose Abbie, aspra. — Henry vuole prenderne uno di quelli a colori, ma io non voglio separarmi da questo qui. Non è soltanto tv, lo sai. È una combinazione con la radio e il giradischi e il mobile è proprio in stile con gli altri, e poi…
— Sì, lo so — interruppe Taine: aveva già sentito tutto altre volte.
Povero vecchio Henry, pensò, che vita doveva condurre. Tutto il giorno a quella fabbrica di calcolatori, a sbraitare e a dare ordini a chiunque, per poi tornare a casa sottomesso a quella meschina tirannia.
— Beasly — ordinò Abbie col suo più bel tono da sergente istruttore — sali subito lì sopra e slega quel coso.
— Sìssi’ora — rispose Beasly, un lungagnone dinoccolato dall’aria non troppo acuta.
— E vedi di starci un po’ attento. Non voglio che me lo segni tutto.
— Sìssi’ora — rispose Beasly.
— Ti aiuto — si offrì Taine.
