
Il Grande Dio si era sporto in avanti, oscurando con il suo gigantesco profilo la prima debole luce delle stelle, e li stava scrutando intensamente, circonfuso dal nimbo blu che sfavillava in tutta la sua gloria mortale.
— Guardate il loro più grande trucco! — urlò Jarles. — Il Dio Incarnato! L’Onnipotente Automa!
Ma loro non lo ascoltavano più e adesso che aveva smesso di parlare gli tremavano i denti per il freddo. Si strinse le braccia per scacciare i brividi, solo, in piedi sulla piccola panca che adesso sembrava tanto bassa.
— Ecco la nostra punizione — stavano pensando i cittadini. — Era solo un pretesto per metterci alla prova, avremmo dovuto immaginarlo. È ingiusto, anzi no, perché i sacerdoti non sono mai ingiusti, mai. Non avremmo dovuto ascoltare. Non avremmo dovuto abbandonarci ai nostri sentimenti. E adesso dobbiamo venire puniti perché abbiamo peccato, perché abbiamo commesso la più grande colpa di cui un uomo possa macchiarsi: pensare male della Gerarchia.
La mano del Grande Dio si abbassò imperiosa, come un gigantesco campanile fermato a metà nella sua caduta. L’indice teso, grande come un tronco d’albero, indicò la veste rigonfia di cui Jarles si era disfatto e che adesso giaceva immobile, sospesa a mezzo metro da terra.
Con un forte crepitio, una fiammeggiante luce blu serpeggiò dal nimbo alla spalla montagnosa, quindi al braccio e alla punta del dito, dove brillò come un fulmine. La veste vuota avvampò, sfrigolò, si gonfiò ancora un po’ e alla fine si squarciò con uno scoppio sordo, come una fisalia gettata in mezzo al fuoco.
Quel rumore e la pioggia di frammenti incandescenti sciolsero il panico glaciale che paralizzava la folla, che si sgretolò e ognuno prese a correre disperatamente verso la bocca scura e stretta delle strade, di qualsiasi strada, andavano bene tutte purché conducessero lontano dalla Piazza.
