
— Figliolo — riprese la voce stridula in tono benevolo — per i prossimi tre mesi lavorerai nelle miniere. Di conseguenza, il tuo contributo alla Gerarchia sarà ridotto alla mera metà dei tuoi guadagni. Dovrai presentarti a rapporto al diacono responsabile domani mattina all’alba. Hamser Dom!
Il giovanotto deglutì, annuì con un ripetuto cenno del capo e si fece rapidamente da parte.
Jarles sentì di nuovo la rabbia esplodergli dentro. Nelle miniere! Il lavoro in miniera era di gran lunga peggiore di quello nei campi o sulle strade! Di sicuro lo sapeva anche quell’uomo, eppure quando aveva appreso la notizia, aveva rivolto a Fratello Chulian uno sguardo colmo di gratitudine: lo stesso sguardo servile che i vecchi libri attribuivano a un fedele animale domestico del genere Canis, ora estinto.
Jarles distolse gli occhi, evitando ancora una volta di posarli sul volto del cittadino che aveva saltato poco prima, terzo nella fila adesso. Si trattava di una donna.
Il sole che stava tramontando proiettava ombre cupe sulla Grande Piazza. La folla si stava lentamente diradando; ormai erano rimaste solo poche decine di popolani, ancora in attesa di sapere quale lavoro la Gerarchia avesse assegnato loro. Qua e là, chi in grembiule, chi in blusa, gli altri cittadini (gli uomini con mollettiere malfatte, le donne con gonne pesanti) radunavano quel che restava dei manufatti che avevano portato con sé per venderli o barattarli; se li caricavano in spalla o li sistemavano sul dorso di piccoli muli robusti, e poi si avviavano lentamente verso le viuzze lastricate di ciottoli che conducevano alle loro case. Alcuni indossavano cappelli a tesa larga di feltro grezzo, altri si erano già tirati su il cappuccio, anche se non era ancora calato il freddo della sera.
