
Volgendo lo sguardo verso il settore della città di Megateopoli in cui abitavano i cittadini comuni, a Jarles ritornarono in mente le illustrazioni delle città dei Secoli Bui, o Medio Evo, o qualunque altro nome fosse stato dato a quell’epoca della Civiltà dell’Alba. La sola differenza era che lì le case erano per lo più a un solo piano e prive di finestre, e tutte molto linde e ben tenute. Benché lui fosse solo un sacerdote del Primo Circolo, sapeva che quella somiglianza non era una semplice coincidenza. La Gerarchia non lasciava mai nulla al caso: aveva una ragione per ogni cosa.
Una vecchia donna, vestita di stracci e con un cappello a punta calcato sulla testa, si allontanò zoppicando. Al suo passaggio, gli altri cittadini si fecero di lato. Un ragazzino urlò: — Madre Jujy! Strega! Strega! — Poi le lanciò una pietra e corse via. Jarles, invece, le rivolse un debole sorriso. Lei lo ricambiò, storcendo le labbra rugose in una sgradevole smorfia che le scoprì le gengive sdentate e per poco non portò il naso adunco a toccare il mento sporgente. Dopodiché, riprese il cammino, saggiando l’acciottolato con il bastone per non inciampare.
Come per magia, la parte opposta di Megateopoli era completamente diversa. Lì sorgevano i grandiosi edifici del Santuario, sormontati dalla straordinaria struttura della Cattedrale, che si affacciava sulla Grande Piazza.
Jarles sollevò lo sguardo sul Grande Dio e, per un attimo, sentì farsi strada fra la rabbia una punta di quel timore riverenziale che quell’immenso idolo aveva suscitato in lui da bambino, molti anni prima che superasse le prove e venisse iniziato ai segreti della casta sacerdotale. Era possibile che con quei suoi enormi occhi inquisitori, sotto le sopracciglia vagamente aggrottate, il Grande Dio fosse in grado di vedere la sua ira blasfema? Ma una simile fantasia superstiziosa era indegna persino di un novizio della Gerarchia.
