
Anche senza l’effigie del Grande Dio, la Cattedrale era un edificio imponente, con le sue ciclopiche colonne e le finestre ogivali alte come pini. Ma là dove ci si sarebbe aspettati di vedere svettare un campanile o un paio di torri, iniziava la statua del dio, rappresentato nella parte superiore da una gigantesca figura umana, terribile nella sua dignità e nella sua serenità. Ma il busto titanico non stonava affatto con il fabbricato sottostante, sia perché era stato realizzato nella medesima materia plastica grigia, sia perché le ampie pieghe del drappeggio confluivano a formare le colonne della Cattedrale stessa.
La figura del Grande Dio dominava tutta Megateopoli, come un possente centauro: non c’era strada o vicolo da cui non se ne scorgesse il profilo severo ma benigno, circonfuso da una sfavillante aureola di luce blu.
Si aveva la sensazione che il Grande Dio studiasse minuziosamente ogni pigmeo che attraversava la Grande Piazza come se, in qualsiasi momento, potesse chinarsi e afferrarne uno per esaminarlo più da vicino.
“Come se”? Ma per i cittadini comuni di Megateopoli quella non era una semplice ipotesi, ma una certezza!
Eppure, la vista di quella statua massiccia non suscitò in Jarles neppure un pizzico di orgoglio per la gloria e la grandezza della Gerarchia, o per la sua personale fortuna di esserne stato eletto membro. Al contrario, la sua rabbia crebbe ancor di più, trasformandosi in un’insopportabile corazza che soffocava le sue emozioni, rossa e opprimente come la veste scarlatta che indossava.
— Sharlson Naurya! — cinguettò Fratello Chulian.
Jarles trasalì. Il momento era giunto e all’improvviso lui capì che non avrebbe potuto fare a meno di guardarla. Non farlo, sarebbe stato da vigliacchi. Tutti i novizi faticavano terribilmente a recidere i legami sentimentali che li univano ai cittadini comuni: alla famiglia, agli amici e a chi era più di un semplice amico. Ma doveva affrontare la realtà: Naurya non avrebbe mai potuto significare niente per lui.
