Né lui per lei, si rese conto con orrore, mentre girava rapidamente la testa per guardarla in viso. Non dava nemmeno l’impressione di averlo riconosciuto, o quanto meno notato, benché, a eccezione della veste scarlatta e della tonsura, lui fosse sempre lo stesso. Naurya era tranquilla, non mostrava il servile nervosismo degli uomini. Teneva le mani, piene di calli per le lunghe ore trascorse al telaio, intrecciate davanti a sé; il suo viso, reso più pallido dal contrasto con la massa scura dei capelli, non tradiva alcuna emozione, o, per meglio dire, la maschera che si era imposta era assai più impenetrabile della sua. Nondimeno, qualcosa nel suo atteggiamento, forse il modo in cui buttava le spalle all’indietro o la segreta determinazione che si leggeva in fondo ai suoi occhi verdi, trapassò la corazza di rabbia di Jarles e sollecitò il suo cuore.

— Mia cara Naurya — tubò Chulian dandosi molta importanza — ho buone notizie per te. Sappi che ti è stato riservato un grande onore: per i prossimi sei mesi tu servirai nel Santuario.

L’espressione della ragazza non mutò, nessuna emozione filtrò dal suo sguardo, ma non trascorsero che pochi secondi prima che lei rispondesse.

— È un onore troppo grande per me. Io non ne sono degna. Un lavoro santo come questo non si addice a una semplice tessitrice.

— Questo è vero — disse Chulian con paterna condiscendenza, scuotendo energicamente la testa grassa e rasata al di sopra del rigido collare della veste. — Ma la Gerarchia ha la facoltà di innalzare qualunque persona, anche la più umile. E ti ha ritenuta degna di svolgere questo lavoro sacro. Perciò rallegrati figliola e gioisci.

Quando Naurya parlò di nuovo, la sua voce era pacata e grave come nella replica di pochi istanti prima. — Ma io non ne sono degna. Lo sento nel profondo del mio cuore. Non posso farlo.



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