
E adesso era riaperto… o, almeno, la vetrina era stata lavata, cosa che il vecchio Hans non si era mai preso il disturbo di fare in tutti quegli anni, e c’era in mostra qualcosa. E c’era anche l’insegna. Vickers era stato così intento a cercare di capire cos’aveva di strano la vetrina, che non aveva visto l’insegna fino a quando non vi era arrivato proprio davanti. L’insegna era nuova, dipinta a caratteri regolari, e diceva CASALINGHI.
Vickers si fermò davanti alla vetrina, e guardò quello che c’era esposto. Sul piano era stato messo uno strano velluto nero, e sul velluto stavano tre oggetti: un accendino, una lametta da rasoio e una lampadina elettrica. Nient’altro.
Soltanto quei tre oggetti. Non c’erano cartellini, né scritte pubblicitarie, né prezzo. Non erano necessari. Chiunque vedesse la vetrina, pensò Vickers, avrebbe riconosciuto gli oggetti esposti, anche se il negozio non vendeva soltanto quelli. Certamente c’erano almeno un paio di dozzine di altri tipi… ciascuno eccezionale ed efficiente come i tre che stavano sul velluto nero.
Si sentì un ticchettio lungo il marciapiedi, e Vickers si voltò, quando il suono si avvicinò a lui. Era il suo vicino Horton Flanders, che faceva la solita passeggiata mattutina, con quei suoi abiti un po’ logori ma spazzolati meticolosamente, e l’elegante bastone di malacca. Nessun altro, si disse Vickers, avrebbe avuto il coraggio di portare un bastone da passeggio per le vie di Cliffwood.
Il signor Flanders lo salutò con il bastone, e gli si avvicinò, per guardare la vetrina.
«Dunque si espandono,» disse.
«A quanto pare,» riconobbe Vickers.
«Una compagnia davvero bizzarra,» disse il signor Flanders. «Forse saprà, anche se credo che non lo sappia, che questa società mi interessa moltissimo, e ne ho seguito l’evolversi con grande attenzione. Per pura curiosità, vede. Potrei anche aggiungere, naturalmente, che la mia curiosità si estende a un sorprendente numero di cose, molto diverse tra loro.»
