
La bambina entrò, e Vickers chiuse la porta.
«Tu siediti lì,» disse lui. «Vado a prendere l’asciugamano. Non vorrei che ti buscassi un raffreddore.»
«Signor Vickers, lei non è sposato, vero?»
«Be’… no. Si dà caso di no.»
«Quasi tutti sono sposati, sa,» disse Jane. «Quasi tutti quelli che conosco io. Perché lei non è sposato, signor Vickers?»
«Be’, non lo so bene neppure io. Non ho mai trovato una ragazza, penso.»
«Ci sono tante ragazze.»
«C’è stata una ragazza,» disse Vickers. «Tanto tempo fa, c’è stata una ragazza.»
Erano trascorsi anni da quando aveva ricordato nitidamente per l’ultima volta. Aveva obbligato gli anni a offuscare il ricordo, ad attenuarlo e a nasconderlo, in modo che lui non ci pensasse più e, se ci pensava, il ricordo fosse così lontano e nebuloso e fievole da poterlo abbandonare subito, come si abbandona una cosa sfumata molto, molto lontano.
E adesso, improvvisamente, ecco che il ricordo era ritornato.
C’era stata una ragazza, e una valle fatata dove loro avevano passeggiato, una valle di primavera, la ricordava, con i fiori rosa acceso dei meli selvatici che fiammeggiavano sulle colline, e il canto delle cingallegre e delle allodole che sfrecciavano felici nel cielo, e c’era stata una pazza brezza di primavera che increspava l’acqua e soffiava sull’erba, così che il prato pareva ondeggiare e diventava un lago coronato di creste bianche di spuma.
Avevano passeggiato in quella valle, e non c’era dubbio che fosse fatata, perché quando lui vi era ritornato non c’era più… o, almeno, non era più la stessa valle. Era ritornato, lo rammentava ancora, e aveva trovato una valle molto, molto diversa.
Vi aveva passeggiato vent’anni prima, e per tutti quei vent’anni l’aveva tenuta nascosta, celata nella soffitta della sua mente, nell’angolo più buio e polveroso… eppure adesso era riapparsa, fresca e splendente a fatata, scintillante e frusciante di primavera, come se fosse stato soltanto ieri.
