
«Signor Vickers, signor Vickers!» esclamò la bambina. «Ho paura che il suo toast stia bruciando.»
2
Dopo che Jane se ne fu andata, e lui ebbe finito di lavare i piatti, si ricordò che da una settimana almeno aveva intenzione di telefonare a Joe, a proposito dei topi.
«Ho i topi,» esordì Vickers al telefono.
«Che cos’hai?»
«I topi,» disse Vickers. «Animaletti. Roditori. Corrono per tutta la casa.»
«Questa è bella,» disse Joe. «Una bella casa, solida e ben costruita come la tua, non dovrebbe avere neanche l’ombra di un topo. Vuoi che venga e te ne sbarazzi?»
«Penso proprio di sì. Vedi, ho provato con le trappole, ma questi topi non ci cascano. Un po’ di tempo fa ho preso anche un gatto. È rimasto sì e no un paio di giorni, e poi se l’è svignata.»
«Be’, anche questo è strano. Tutti sanno che ai gatti piacciono le case dove ci sono dei topolini da prendere.»
«Quel gatto era ammattito,» dichiarò Vickers. «Si comportava come se avesse una paura del diavolo. Camminava per la casa in punta di piedi, sempre pronto a nascondersi sotto le sedie.»
«I gatti sono bestie strane,» confidò Joe.
«Oggi devo andare in città. Pensi di poter fare un salto qui, mentre io sono via?»
«Puoi scommetterci,» disse Joe. «Sai, il mercato delle disinfestazioni è piuttosto fiacco, di questi tempi. Verrò verso le dieci.»
«Lascerò aperta la porta,» disse Vickers.
Riappese, e andò a prendere il giornale dal terrazzino. Andò alla scrivania, posò il giornale e sollevò il manoscritto, reggendo il fascio dei fogli nella mano, sentendone il peso e lo spessore, come se quel peso e quello spessore potessero garantirgli che quel che aveva in mano andava bene, non era fatica sprecata, diceva le tante, tantissime cose che lui aveva voluto dire, e, soprattutto, le diceva abbastanza bene… tanto bene che altri uomini e donne avrebbero potuto leggere quelle stesse parole, comprendendo il pensiero messo a nudo sotto la freddezza dei caratteri di stampa.
