Non avrebbe dovuto sprecare quella giornata, si disse. Avrebbe dovuto restarsene lì, alla sua scrivania, a lavorare. Non avrebbe dovuto andare a zonzo, senza far niente, anzi, ancora peggio… a visitare quel tizio che la sua agente voleva così fermamente fargli conoscere. Ma Ann aveva insistito, e aveva detto che si trattava di una cosa importante, e anche quando lui le aveva detto di avere la macchina in riparazione aveva insistito, dicendogli che doveva andare ugualmente. La storia della macchina non era vera, naturalmente, perché mentre l’aveva raccontata ad Ann aveva saputo benissimo che Eb gliel’avrebbe preparata in tempo per partire. E naturalmente Ann non gli aveva creduto. Ma aveva insistito. Era stata molto decisa, su quell’incontro.

Diede un’occhiata all’orologio, e vide che il garage di Eb avrebbe aperto tra meno di mezz’ora, e mezz’ora era troppo poco perché valesse la pena di mettersi a scrivere.

Lasciò il manoscritto sulla scrivania, e riprese il giornale, e andò sotto il portico a leggere le notizie del mattino.

Pensò alla piccola Jane, una bambina deliziosa, che aveva elogiato la sua abilità di cuoco, e aveva chiacchierato allegramente, sempre con quel suo sorriso irresistibile sul viso.

Lei non è sposato, aveva detto Jane. Perché non è sposato, signor Vickers?

E lui aveva detto: una volta c’è stata una ragazza. Adesso lo ricordo. Una volta c’è stata una ragazza.

Si chiamava Kathleen Preston, e abitava in una grande casa di mattoni rossi acquattata sulla cima di una collina, una casa con tante colonne e un portico spazioso e le roste a ventaglio sopra le porte… una vecchia casa che era stata costruita durante la prima ondata di ottimismo pionieristico, quando il paese era stato nuovo e grande e verde e tutto da scoprire: e la sua casa era rimasta anche quando la campagna intorno non aveva dato buoni frutti, e la terra si era sciolta ed era stata trascinata via a rivoli e rigagnoli, lasciando pendii delle colline segnati dalle cicatrici dell’argilla giallastra.



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