
«Vi sono molti periodi storici,» disse Vickers, «che possono venire resi emozionanti.»
«Sono lieta che lei la pensi così,» fece la signora Leslie, di slancio. «Potrebbe suggerirmene uno? Se lei dovesse scegliere un periodo molto emozionante, signor Vickers, quale preferirebbe?»
«Mi dispiace, ma dovrei pensarci meglio.»
«Ma ha detto che ce ne sono tanti…»
«Lo so. Ed è vero. Eppure, pensandoci bene, mi sembra che anche quello attuale potrebbe essere emozionante… quanto tutti gli altri.»
«Ma come? Se non succede niente?»
«Succedono troppe cose,» la corresse Vickers.
Era un’idea penosa, naturalmente… adulti che fingevano di vivere in qualche altra epoca, ammettendo pubblicamente di non essere capaci di integrarsi nel loro tempo, di essere costretti a scavare negli avvenimenti del passato per provare il brivido di un’esistenza vicaria. Era il segno di un fallimento nella vita di quegli individui, di un vuoto terribile, che non li lasciava tranquilli, un vuoto urlante che bisognava colmare in qualche modo.
Ricordò le due donne sedute in autobus dietro di lui, e si chiese per un attimo quale soddisfazione vicaria poteva ricavare il Finzionista che viveva il tempo di Pepys. Naturalmente doveva esserci la vita piena dello stesso Pepys, la sua curiosità, gli incontri con tanta gente, le piccole taverne che offrivano formaggio e vino, i teatri, la buona compagnia e le conversazioni a notte inoltrata, i tanti interessi che avevano reso Pepys così pieno di vita, in modo naturale, mentre quei Finzionisti erano così vuoti.
Il movimento, in se stesso, era un’evasione, naturalmente: ma evasione da che? Forse dall’insicurezza. Dalla tensione, dal disagio quotidiano e onnipresente che non sfociava mai nella paura, ma che non si acquietava mai nella serenità. Forse la condizione del non essere mai sicuri… uno stato d’animo che non poteva venire compensato dalla raffinatezza di una tecnologia estremamente avanzata.
