«Ormai dovrebbe avere impacchettato il nostro gelato,» disse la signora Leslie, raccogliendo i guanti e la borsetta. «Signor Vickers, lei deve proprio venire a passare una serata con noi.»

Vickers si alzò insieme a lei.

«Ma certo. Una di queste sere… sul presto.»

Sapeva benissimo che non sarebbe andato, e sapeva che lei non voleva in realtà che andasse: ma entrambi rendevano omaggio all’antica favola dell’ospitalità.

«Vieni, Jane,» disse la signora Leslie. «È stato un piacere conoscerla, signor Vickers, dopo tutti questi anni.»

Senza attendere la risposta di lui, si allontanò.

Jane indugiò per qualche istante.

«Sa, signor Vickers, adesso a casa nostra va tutto bene,» disse la bambina. «Mamma e papà hanno rifatto pace.»

«Ne sono contento,» disse Vickers.

«Papà dice che non correrà più dietro alle altre donne.»

«Sono contento anche di questo,» disse Vickers.

La madre chiamò Jane, dall’altra parte del negozio.

«Devo andare, adesso,» disse Jane. Scivolò giù dalla sedia, e corse a fianco della madre, poi si voltò a salutarlo con la mano, mentre uscivano.

Povera piccola, pensò Vickers, che razza di vita l’aspetta. Se io avessi una bambina così… Scacciò quel pensiero. Non aveva nessuna bambina. C’era invece uno scaffale di libri, e c’era il manoscritto che l’aspettava, con tutte le sue promesse e la sua gloria. E all’improvviso si rese conto di quanto fosse fievole la promessa, di quanto potesse essere falsa e superficiale la gloria. I libri e il manoscritto, pensò.

Non erano molto, per costruirci sopra una vita.

Ed era proprio così, naturalmente. Era un problema che non riguardava soltanto lui, ma tutti… nessuno, ormai, pareva avere molto su cui costruire la propria vita. Per tanti anni il mondo aveva vissuto con la guerra o con la minaccia della guerra. Prima era stata una specie di frenesia, di fuga, e poi solo un torpore morale e mentale che non si notava neppure, una condizione che si accettava come un normale modo di vivere.



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