
Era stato giovane, allora, lui, così giovane che adesso il pensarci lo faceva soffrire: così giovane da non poter comprendere che una ragazza abituata a vivere in una vecchia casa avita con le roste a vetri sopra le porte e tante colonne e un portico grande non poteva prendere seriamente in considerazione un ragazzo il cui padre mandava avanti una fattoria stentata, dove il granoturco cresceva fragile e malandato da una terra sempre più esausta. O forse era stata la famiglia di lei a non prenderlo in considerazione, perché anche lei era stata certamente troppo giovane per capire davvero. Forse lei aveva litigato con la sua famiglia: forse c’erano state parole furenti e lacrime. Questo, lui non l’aveva mai saputo. Perché tra quella passeggiata nella valle fatata e la sua visita successiva, i parenti l’avevano spedita a scuola, nell’est, e da allora non l’aveva più vista, né aveva avuto più sue notizie.
Per nostalgia lui era ritornato in quella valle, cercando di captare qualcosa capace di ricreare l’incantesimo del giorno in cui vi aveva passeggiato insieme a lei. Aveva ripercorso lo stesso sentiero, aveva seguito gli stessi passi… ma i meli selvatici avevano perduto i fiori, e le allodole non avevano cantato con uguale splendore, e l’incantesimo si era involato verso una landa inesistente, quella dove finiscono le favole. Lei se ne era andata, e aveva portato con sé ogni magia.
Il giornale gli cadde dalle ginocchia, e Vickers si chinò a raccoglierlo. Aprendolo, finalmente, vide che le notizie seguivano lo stesso squallido schema di tutti gli altri giorni, immagini grigie di un mondo grigio popolato di figure grigie.
