In Doomsday Book vengono narrate due storie, ma non come se fossero due romanzi riuniti in un unico volume. Semplicemente, la narrazione si alterna fra l'Oxford del 2054 con il professor Dunworthy e il Medioevo con Kivrin, la storica che è l'allieva del professore. E far collimare le due storie, emotivamente, non certo materialmente, è stata la parte più difficile. È qui infatti che ho rischiato di arenarmi. Non avevo mai scritto un libro in cui la tensione di una delle due vicende innesca eventi assolutamente comuni nell'altra, e dove inoltre la tensione non è generata da quello che accade ai personaggi in azione, ma da quello che accade agli altri personaggi fuori scena, in modo che chiunque sia indotto (almeno, spero) a preoccuparsi di quello che sta succedendo a chi sta dietro le quinte. È una tecnica molto efficace, se si è in grado di padroneggiarla come si deve, ma mi ha fatto dannare l'anima.

In Doomsday Book c'è tutto: mia figlia che parte per il college, la mia personale opinione sui suonatori di campane della nostra chiesa, le piccole lotte e gli intrighi politici dentro l'università, quello che penso della gente che rinuncia alle proprie responsabilità, e il fascino che hanno per me Oxford e l'Inghilterra. … queste erano tutte le cose che consciamente sapevo di mettere nel libro. Ma a un livello più profondo, filtrano anche moltissime cose di cui non si è affatto consapevoli. Quando si scrive un saggio, si attìnge al proprio bagaglio di cognizioni. Quando si scrive un libro, si racconta quello che non si sa e che si cerca di scoprire. In narrativa, si scoprono cose che non si è coscienti di sapere finché non vengono scritte sulla pagina. Io ho imparato moltissimo su me stessa. Ci sono i ricordi d'infanzia che riemergono, fra cui un episodio che mi è capitato da bambina… anzi, tutta la struttura del libro è basata su questo, è tutto lì, parola per parola.



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